Danni emotivi: le frasi da non dire ad un bambino

Danni emotivi: le frasi da non dire ad un bambino

Frasi da non dire ad un bambino: ne hai mai sentito parlare? Hai mai letto/sentito i consigli di chi, tra pediatri e psicologi, consiglia di evitare determinate frasi e parole, per non creare un danno emotivo nei più piccini? Si tratta di un aspetto importantissimo, nell’educazione di un bambino: le parole possono far male, molto più di quanto si crede. Soprattutto quando vengono rivolte a chi non ha l’esperienza né la capacità di contestualizzarle. Un bambino non riesce a comprendere che, una determinata frase, mamma e papà la dicono solo perché sono arrabbiati: per un bambino, quella frase corrisponde alla verità. E si insinua nella mente e nel cuore.

 

Ma quali sono le frasi da non dire ad un bambino? Scopriamolo insieme.

 

“Non sei capace, fai fare a me”. Sottintende la non fiducia nei confronti del bambino: sostituendosi a lui, l’adulto lo convince di non essere in grado di compiere quella determinata azione. Il risultato? Il bambino prima si arrabbierà, poi si rattristerà, infine si convincerà di non essere capace e smetterà di fare ciò per cui è stato sgridato.

 

“Non si piange per questo”. Il pianto, per un bambino, è una forma d’espressione. Specie se è molto piccolo, e ancora non sa articolare un discorso, è l’unico mezzo che ha a per manifestare un disagio o una sofferenza. Nessuno può decidere cosa fa piangere e cosa no: costringere un bambino a reprimere il pianto significa costringerlo a reprimere un’emozione. Lo fa sentire inadeguato, incompreso. Ecco dunque che, deridere o sgridare un bimbo in lacrime, è quanto di più sbagliato si possa fare: bisogna abbracciarlo, coccolarlo, ascoltarlo, rassicurarlo. Solo così crescerà sicuro, e non avrà paura di esprimere ciò che sente neppure quando sarà grande.

 

“Non sarai mai come tuo fratello” oppure “Perché tu non capisci mai e tuo fratello sì?”. Tra le frasi da non dire ad un bambino, è una delle più lesive: i paragoni, col fratello come con l’amichetto, non hanno nulla di positivo. Anzi, fanno male come uno schiaffo. Tanto più che, in genere, non sono veri: ogni bambino ha una sua identità, un suo carattere. Ci sono cose che gli riescono meglio, e altre che richiedono un po’ più di tempo. Mettere in continuo paragone due bambini, ancor più se fratelli, fa nascere una rivalità che possono portarsi dietro anche da adulti. Allo stesso modo, sono da evitare i paragoni positivi (es. “Finalmente ti sei comportato come tuo fratello” oppure “Quando fai il bravo sembri proprio tua sorella”): il confronto non dovrebbe mai esserci, perché limita e annulla la singola identità.

 

“Sei come tuo padre / tua madre”. Tipicamente utilizzata dai genitori separati, questa frase ha due effetti negativi: da un lato fa sentire il bambino inadeguato e non voluto, dall’altro insinua dubbi sull’altro genitore (che, al di là di come un rapporto è finito, per un bimbo rimane sempre il suo papà o la sua mamma). Un figlio deve sapere che i suoi genitori per lui ci saranno sempre. E che, se una persona commette un errore, gli altri non smettono per questo di volerle bene.

 

“Ti porto in collegio e porto a casa un bambino più bravo”. Le frasi da non dire ad un bambino assumono spesso l’aspetto di una minaccia. E non c’è minaccia peggiore di quella dell’abbandono, del far credere ad un figlio che possa essere rimpiazzato. Il bimbo può reagire infatti in due modi: la paura dell’abbandono lo può terrorizzare al punto da trasformarlo in una “statua”, oppure può spingerlo a mettere alla prova mamma e papà con capricci, pianti, scatti di rabbia e scenate per vedere se quella minaccia è reale.

 

Se fai così non ti voglio più bene”. È un vero e proprio ricatto emotivo, uno stress per il bambino che, così, teme di perdere l’amore dei suoi genitori. Il pensiero di poter perdere i suoi punti di riferimento, le persone che più ama al mondo, crea nel bimbo un senso di vuoto e di insicurezza.

 

“Non ti sopporto più”. Al pari di “non ne posso più di te” e di “mi hai stancato”, è tra le frasi da non dire ad un bambino: quando si è piccoli non si sanno cogliere le sfumature, non si sa che – certe parole – sono dettate dalla rabbia e dalla stanchezza, e che non le si pensa per davvero. Per un bambino è inconcepibile che una persona possa dire ciò che non pensa: sentirsi dire “non ti sopporto più” da un genitore crea in lui la paura dell’abbandono, e una sensazione di inadeguatezza. 

 

Non ho tempo per te”. Un bambino non dovrebbe mai sentirsi di troppo, rifiutato, respinto: se si sente dire in continuazione “lasciami in pace” o “vai via” si sentirà frustrato, arrabbiato. Può chiudersi in se stesso, soprattutto se è già grandicello. Oppure, può cercare di attirare l’attenzione con comportamenti che non gli appartengono. 

 

“Sei il solito capriccioso/disordinato/imbranato”. Qualsiasi giudizio di valore è sbagliato, qualsiasi etichetta andrebbe evitata: un bambino non deve sentirsi “definito” da un aggettivo. Ma deve anzi capire che, se talvolta si comporta in un certo modo, non è lui ad essere sbagliato ma è quel comportamento nello specifico ad esserlo.

 

In conclusione, è bene prestare una grande attenzione quando si parla ad un bambino. Bisogna accantonare le emozioni negative, non farsi prendere dall’emotività. Mamma e papà sono le figure che più contano, quando si è bambini, e le loro parole hanno un gigantesco peso nel processo di formazione.